L’Europa deve smettere di farsi male da sola.

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La scelta del tempo è sempre un elemento decisivo rispetto al successo o meno di qualsiasi impresa, la politica e soprattutto le relazioni internazionali non fanno eccezione alla regola.

Questo era esattamente il tempo per dare un segnale a Macedonia del Nord, Albania e in generale al mondo che ci guarda: l’Unione europea mantiene la parola data e guarda strategicamente al suo futuro.

In questo senso, il Consiglio europeo di ottobre ha deluso profondamente le aspettative.  In relazione al fondamentale tema allargamento, l’incredibile conclusione è stata che si tornerà sulla questione prima del vertice UE-Balcani occidentali nel maggio 2020.

L’ennesimo rinvio, l’ennesima non-decisione.

L’ostinata chiusura francese che ha reso impossibile l’apertura dei negoziati di adesione relativi a Macedonia del Nord e Albania sarà probabilmente ricordata come uno degli errori più gravi a danno dell’Unione.

La scelta è stata oltremodo miope considerato anche il fatto che l’apertura dei negoziati avrebbe richiesto lunghi anni per portare a compimento il previsto processo, inclusivo di tutte le possibili verifiche.

Parliamo di due Paesi che hanno affrontato un significativo e fruttuoso cammino di riforme al fine di rispettare gli standard richiesti, il cui percorso rappresenta anche una affermazione positiva in termini di soft power europeo in relazione al consolidamento democratico regionale.

Abbiamo bisogno di storie di successo. Questa poteva essere una grande storia di successo, un segno più a bilanciare gli eventi a segno meno che, purtroppo, non mancano.

Ritengo, quindi, che la presa di posizione francese porterà con sé conseguenze nefaste nel medio e nel lungo termine.

Trovo innanzitutto semplicistica l’idea che l’Unione stia già affrontando troppe sfide per aprire la strada all’ingresso di questi due Paesi, guardando ai Balcani riduttivamente come a una regione che ancora oggi combatte contro il crimine e la corruzione, senza percepirne l’immenso potenziale.

Inoltre ritengo quanto mai sbagliata l’impostazione secondo la quale l’Ue debba concentrarsi sulle quattro sfide Brexit, Cina, Russia e migrazioni, lasciando di fatto il processo di allargamento in uno stallo indefinito.

A mio avviso, la lettura della realtà dovrebbe essere diametralmente opposta.  Abbiamo bisogno di energia, esempi positivi e vittorie proprio per affrontare tutte le sfide che ci attendono.

Quale modo migliore per rilanciare il “sogno europeo”? Quale migliore medicina al disastro, non ultimo comunicativo-emotivo, rappresentato dalla Brexit di due Paesi entusiasti all’idea di entrare nell’Unione? Quali migliori alleati anche rispetto alla gestione dei fenomeni migratori? Si pensi solo alla virtuosa cooperazione con Frontex in atto.  Infine, come sperare di contenere l’influenza di attori che vogliono espandere la propria sfera di azione nel nostro vicinato se sbattiamo la porta in faccia a chi fino a ieri tenevamo per mano?

Qui si apre un baratro. Il problema principale adesso è proprio il collasso della credibilità, della nostra capacità di farci percepire come interlocutori affidabili.

È un danno incalcolabile e la storia insegna che rimediare a questi errori non è mai facile e richiede lungo tempo.

Viviamo un periodo storico oltremodo complesso. Assistiamo a quella che potremmo leggere alla stregua di una ristrutturazione dell’ordine globale in chiave di caotico multipolarismo con scosse telluriche che si ripercuotono sui vari ordini regionali … Non possiamo permetterci di mancare di visione.

I Balcani ci riguardano, questo non è un fattore opzionale.  I recenti episodi in seno al Consiglio europeo costringono, infatti, a chiedersi quale sia la prospettiva di successo dell’Ue se vuole sperare di continuare a influenzare positivamente i Paesi vicini, incoraggiandoli a intraprendere riforme significative e coraggiose quando poi la prospettiva di integrazione resta illusoria anche a fronte di sforzi e cambiamenti concreti.

Inevitabilmente altri occuperanno il vuoto. Inevitabilmente non saremo in grado di far rispettare ideali e princìpi democratici tanto cari alla tradizione della nostra regione nel contesto delle attuali dinamiche internazionali.

Andando avanti così, l’irrilevanza globale ci attende e non sarà una bella esperienza subire le scelte fatte da altri che non necessariamente coincideranno con i nostri interessi e valori fondanti.

L’Unione deve porsi delle domande importanti in termini di identità e futuro per decidere che tipo di attore vuole essere in senso alla Comunità internazionale.

Per quanto riguarda due Paesi Amici e meritevoli di essere accolti nella Famiglia Ue, come Macedonia del Nord e Albania, serve un cambio di rotta netto e rapido.

Non possiamo rischiare di lasciarli scivolare nell’orbita di altre potenze.  Senza contare che la frustrazione è stata grande e i Governi macedone e albanese si trovano adesso a dover anche affrontare pesanti contraccolpi politici a livello interno e un’opinione pubblica infiammata da sentimenti di delusione e collera.

Pessimo scenario che non fa escludere una seria destabilizzazione istituzionale, sommovimenti connessi a estremismi di stampo nazionalista nonché una possibile recrudescenza della conflittualità inter-etnica.

In questo contesto, sono felice che il Presidente Conte abbia da subito confermato la posizione dell’Italia quale fortemente orientata al sostegno al processo di allargamento dell’Unione. Impegno testimoniato, tra l’altro, dalle tempestive visite a Roma sia del premier macedone Zoran Zaev sia del premier albanese Edi Rama, rispettivamente il 29 e il 31 ottobre, su invito della Presidenza del consiglio.

Resto un’inguaribile ottimista, per questo voglio sperare che si inverta la rotta e che si trovi, quanto prima, il necessario consenso a livello europeo per porre rimedio alla scelta autodistruttiva di rinviare l’apertura dei negoziati con Macedonia del Nord e Albania.

L’Europa deve smettere di farsi male da sola.