Muore un sogno.

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Muore Hevrin Khalaf.

Muore con Lei qualcosa di vero e di bello.

Muore con Lei qualcosa di nostro.

Tra le sue maggiori colpe quella di essere donna, curda e coraggiosa.

Tra le nostre responsabilità dovremo, invece, aggiungere l’indifferenza e l’ingratitudine nei confronti del Popolo che ha combattuto più di ogni altro per contenere la minaccia jihadista dilagante nella regione.

A fronte di uno scempio così grande resta solo l’indignazione.

Dentro di me non trovo spazio per altre emozioni.

Hevrin porta via con sé una promessa di futuro che andava oltre l’ipocrisia della geopolitica dei giochi di potere.

I valori sono qualcosa di potente, le idee spaventano, gli ideali terrorizzano per la loro forza visionaria, la verità – anche quando sussurrata – viaggia veloce oltre ogni confine.

Valori, idee, ideali, verità … Parole che appartengono realmente solo ai Coraggiosi e i Coraggiosi spesso pagano un tributo di sangue al loro coraggio.

Muore, quindi, a soli 35 anni il baluardo dei diritti delle donne in quel che resta della Siria, segretario generale del Partito del futuro siriano ma soprattutto convinta sostenitrice della possibilità di coesistenza pacifica tra gli attori del conflitto siriano.

Paga con il sangue la sua indomita battaglia contro la barbarie che piaga la sua terra.

Miliziani, ormai a piede libero, non hanno perso tempo.  Questo è solo l’inizio del buio che avanza.

Hevrin incarnava un’idea di politica che risultava, purtroppo, scomoda a molti. Era, infatti, fermamente convinta nella possibilità di un futuro di pace costruito attraverso il dialogo, il rispetto reciproco e la convivenza tra popoli.

Grandi orizzonti e concretezza. Lei era anche una persona che non aveva remore a chiamare le cose con il proprio nome.

Salta alla mente il suo ultimo video, dei primi di ottobre, dove la si vede sottolineare, in particolare, il paradosso di una Turchia che, nel periodo di maggiore espansione del Califfato, non ha visto l’ISIS come un pericolo, mentre considera un’istituzione democratica nel Nord-est della Siria una minaccia tale da giustificare un’occupazione.

Parole semplici. Parole chiare.

Se fosse solamente una partita a scacchi, uno di quei sofisticatissimi giochi di guerra virtuali, sarebbero comprensibili molte cose … La decisione turca di approfittare del vuoto e stroncare definitivamente ogni aspirazione di autonomia territoriale curda al suo confine, per non parlare di indipendenza; un progetto mastodontico di ripopolazione dell’area che mira a cambiare radicalmente gli equilibri attuali; gli imbarazzi delle maggiori cancellerie occidentali nel fare i conti con una scelta sciagurata proveniente da un Paese alleato della NATO; le difficoltà di muoversi in un contesto dove molti attori cercano di ampliare a tutti i costi la propria sfera di influenza per accreditarsi a livello regionale; una incombente recrudescenza del terrorismo di matrice islamista come ulteriore elemento di destabilizzazione a livello locale e internazionale.

La mia mente è semplicemente annichilita dall’orrore.

Anche le ritualità che caratterizzano il dissenso espresso attraverso i consueti canali della diplomazia suonano quanto mai sterili e fredde.

Fatti, azioni concrete da parte della Comunità internazionale: questa è l’unica strada possibile se si vuole provare a dare giustizia ai troppi morti innocenti.