Armenia: il velluto nel cuore

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A dicembre, in occasione della missione di osservazione elettorale dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE, sono partita alla volta dell’Armenia.

Il viaggio si è rivelato un’esperienza particolarmente intensa a livello umano. La mia permanenza nel Paese è stata, infatti, ricca di occasioni di dialogo e interscambio culturale sia con politici di primissimo piano sia con esponenti della società civile.

Torno a casa con qualcosa di prezioso e con molta voglia di continuare ad intessere relazioni con questo splendido popolo dall’identità così particolare e dalla sorte, attraverso i secoli, così complessa.

Questo soggiorno mi ha fatto percepire tutta la verità contenuta nelle parole di Gabriella Uluhogian: «Gli armeni hanno ancora oggi qualche cosa da donare al mondo: l’ottimismo intelligente che non si dà per vinto anche nei momenti di grande crisi e che,  […]  spinge l’uomo a cercare con le sue facoltà umane il miglioramento continuo delle condizioni di vita».

A mio avviso, gli eventi del 2018 sono stati di incredibile forza visionaria e restano fonte di ispirazione per chi sia affamato di democrazia, giustizia e cambiamento.

Ricordo brevemente che, rassegnando dimissioni strategiche, il Primo ministro Nikol Pashinyan ha provocato lo scioglimento del Parlamento armeno riuscendo, come promesso, a portare il Paese a elezioni anticipate.

Pashinyan ha, poi, sbaragliato tutti gli avversari, conquistando oltre il 70 per cento delle preferenze in occasione dell’appuntamento elettorale del 9 dicembre: elezioni alla quali ho avuto l’onore di assistere.

Posso assicurare che è stato emozionante ascoltare il racconto degli eventi dell’ultimo anno dalla viva voce delle persone che hanno contribuito a plasmare questo esempio di rivoluzione, unico nel suo genere: straordinariamente pacifica e straordinariamente efficace allo stesso tempo.

Il terremoto politico-sociale, divenuto famoso con il nome di “Rivoluzione di Velluto”, è un fenomeno foriero di importanti cambiamenti la cui esatta portata, nel medio e lungo termine, non è ancora del tutto decifrabile.

Un primo elemento, a mio avviso, degno di rilievo è che la rivoluzione armena ha preso forma nell’ambito di un percorso che sembra genuinamente interno, lontano dalla sotterranea logica e geopolitica delle influenze da oltreconfine.

In questo caso, abbiamo di fronte un movimento di protesta che ambisce, anzitutto, a definire un nuovo schema valoriale per il Paese.

La Rivoluzione di Velluto costituisce un “no” deciso al Partito Repubblicano di Sargsyan e, soprattutto, a tutto ciò che il partito ha finito per rappresentare: potere oligarchico, corruzione, nepotismo, decadenza morale e ingiustizia sociale.

Emerge, infatti, come prioritaria la richiesta di costruzione di un nuovo sistema socio-politico fondato su diverse fondamenta etico-morali: libertà, eguaglianza sostanziale, giustizia e rispetto della persona figurano tra le principali istanze dei manifestanti.

In prima fila, troviamo giovani, donne e persone appartenenti a categorie sociali tradizionalmente vulnerabili. In tale contesto, inoltre, le nuove tecnologie e i social media hanno contribuito al successo dell’impresa, consentendo alle informazioni di circolare nonostante i ripetuti tentativi di censurare l’opposizione e ogni forma di dissenso.

“Internet è la prima cosa che l’umanità abbia creato senza ancora capire cosa sia. È il più grande esperimento di anarchia che abbiamo mai sperimentato”, il pensiero di Eric Smith, Presidente di Google, perfettamente l’intrinseca ambiguità e, al contempo, l’enorme potenziale insito nella natura degli strumenti tecnologici oggi a nostra disposizione.

Quando, ad esempio, diffondo un mio video in streaming, il mio ideale politico arriva – io arrivo – in tempo reale ovunque, nel mondo, ci sia una connessione e ovunque ci sia il desiderio di ascoltare e informarsi.

La destrutturazione dello spazio fisico tradizionale e la costruzione di una nuova dimensione di presenza virtuale, a seconda delle circostanze, può, quindi, rappresentare un fattore determinante in relazione a dinamiche di cambiamento all’interno delle società contemporanee.

In tale prospettiva, quello che conta non è più la distanza fisica da un luogo a un altro bensì la distanza emotiva e valoriale tra un ideale di mondo e un altro. La rete diventa, dunque, una nuova arena dove si proietta la tradizionale battaglia tra differenti visioni del presente e del futuro.

Nel caso dell’Armenia, “l’essere connessi” ha svolto una funzione positiva, consentendo ai cittadini di esprimere un forte sentimento di disagio e dissenso, in maniera costruttiva, all’interno di un virtuoso e pacifico esperimento di rottura degli schemi e delle regole.

Le parole «քաջությամբ», “con coraggio”, sono state tra le più usate dai manifestanti: un grido che non è stato possibile soffocare.

Coraggio è una parola potente quando si mette in pratica ciò che si evoca.

Impossibile, per me, non pensare all’esperienza di “Rivoluzione Gialla” all’interno del Movimento 5 Stelle.

In tutta sincerità, non ho mai amato i politici, soprattutto quelli italiani. Per una vita li ho percepiti come professionisti del manipolare, esperti nei giochi di parole e, in ultima analisi, cuori vuoti insensibili alle sofferenze delle persone comuni.

Dentro di me, per anni, ho pensato che l’Italia avesse bisogno di “altro”, di leader nel senso più nobile della parola: persone in grado di ispirare con il proprio esempio, persone capaci di dare speranza e, poi, di mantenere la parola data, persone con sincera voglia di far scoppiare la scintilla del cambiamento politico e sociale.

Stanca di cercare – e soprattutto di non trovare – politici che rispondessero a questa descrizione, ho scelto di entrare a far parte del M5S.

Ho deciso di mettermi in gioco e di provare ad essere proprio io la chiave del cambiamento necessario a far ripartire il mio Paese.

Il nostro percorso di Rivoluzione Gialla è, ad oggi, in fieri. Tuttavia, nonostante le inevitabili difficoltà e i numerosi attacchi, anche di natura personale, sono davvero fiera di essere parte attiva di questo movimento che ha deciso di cambiare la storia dell’Italia.

Riportare passione, onestà e giustizia in politica è diventata la battaglia della mia vita.

Non nascondo, quindi, che ascoltare i racconti di chi ha vissuto alla Rivoluzione di Velluto mi ha riportato alla mente molti episodi legati al mio percorso con il Movimento.

Mi riferisco, in particolare, ai primi tempi, a quando abbiamo iniziato a manifestare contro una classe politica che non ci rappresentava più e a chiedere “altro”: trasparenza, giustizia sociale, un’economia dal volto umano e rispetto della dignità della persona in tutti gli ambiti dell’esistenza.

Erano i giorni in cui ci prendevano in giro e ci dicevano che eravamo destinati a scomparire come una bolla di sapone …

Non siamo scomparsi. Affrontando ostacoli infiniti, siamo arrivati al governo e, adesso, ci troviamo in una nuova fase, quella più complessa ed entusiasmante allo stesso tempo: si tratta di tradurre in realtà tutto ciò che abbiamo immaginato e promesso.

Credo che anche per il Primo ministro Pashinyan arrivi, ora, l’inizio della sua sfida più grande, non deludere chi lo ha sostenuto con grande passione e coraggio nei momenti più duri di questo tormentato anno.

Aggiungo che le sfide che si profilano all’orizzonte dell’Armenia sono molteplici e impegnative sia a livello interno sia nel contesto del complesso scacchiere geopolitico regionale.

Per quanto riguarda la dimensione domestica, riuscire a consolidare i valori della Rivoluzione di Velluto all’interno di una azione governativa di ampio respiro sarà il primo banco di prova.

Allargando, poi, l’orizzonte della riflessione, il conflitto con l’Azerbaijan per il Nagorno-Karabakh e la questione del confine con la Turchia costituiscono, senza ombra di dubbio, due dossier tra i più delicati per il Paese e, tuttavia, rappresentano situazioni di crisi di lungo corso che restano all’interno di un percorso che, difficilmente, potrà essere modificato in maniera radicale o in un breve arco temporale.

Quindi, la questione che, forse, richiederà al Primo ministro Pashinyan il maggiore sforzo politico-diplomatico sarà il mantenimento di una politica estera multi vettoriale, dimostrando, nei fatti, che la rivoluzione armena è una rivoluzione di valori e non una operazione di riallineamento geopolitico.

Per quanto ci riguarda da vicino, penso che l’Accordo tra Unione europea e Armenia per un Partenariato Rafforzato, siglato nel 2017, possa, adesso, acquistare un significato più profondo alla luce degli eventi del 2018.

A luglio, Donald Tusk ha detto: “What happened in Armenia was very European” dando voce a un pensiero che credo abbia attraversato la mente di molti di noi.

C’è un grande potenziale in Armenia e nella sua rivoluzione così lontana da ogni forma di violenza, così in armonia con valori e princìpi democratici della tradizione europea.

Non dovremmo, quindi, perdere l’occasione di accompagnare il Paese in questo percorso di rinascita e rinnovamento, nel massimo rispetto delle scelte dei cittadini armeni.

Non possiamo sapere quale sarà il futuro ma è nelle nostre mani la decisione di dove direzionare le nostre energie e in nostri sforzi all’interno della Comunità internazionale.

A mio avviso, una Armenia genuinamente democratica, forte e pienamente rispettata da tutti nella sua sovranità nazionale rappresenta, sicuramente, un elemento positivo nel contesto del complesso e, purtroppo, spesso conflittuale mondo delle relazioni internazionali.

Concludo ricordando le parole del poeta e scrittore armeno Hovhannes Tumanyan:

«… ծաղիկը դրված է մեջտեղը և նույն ծաղկից մեղուն մեղր է շինում, օձը՝ թույն:»

[il fiore è posto nel mezzo e dallo stesso fiore l’ape produce il miele, il serpente il veleno]