La violenza sulle donne in Italia: prevenire, difendere e ricordare

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Talvolta, quando leggo gli ultimi dati riportati dalle agenzie nazionali, vorrei davvero – davvero – che risultassero errati. Vorrei che, magari per un errore tecnico o di distrazione, quelle quasi sette milioni di donne che, al 2014, hanno subito violenza fisica o sessuale, non fossero riportate sulle statistiche, e non per arginare il problema, sottovalutarlo o, peggio ancora, ignorarlo: vorrei che quei dati fossero errati perché fanno male. Colpiscono tutti, me compresa; non solo perché sono una donna, sia chiaro – mi colpiscono perché non concepisco la sofferenza, il dolore, la paura e il terrore che hanno subito milioni di donne in ambienti reputati sicuri, come la casa, l’ufficio, la scuola. Luoghi che, per definizione, appartengono al quotidiano. Luoghi in cui dovremmo sentirci al sicuro.

Nel loro posto sicuro, tutte quelle donne non hanno incrociato la sfortuna, poiché non si tratta di casi singolari, ma di un meccanismo ben amalgamato in certi contesti e che, purtroppo, ancora fatichiamo a combattere. Hanno, bensì, dovuto affrontare un fenomeno intrusivo, diffuso in Italia come in Europa e nel mondo, un fenomeno pericoloso che si consuma giornalmente, assorbe le forze e le energie, abbatte e colpisce, colpisce, colpisce, ancora e ancora, finché si raggiunge il punto del non ritorno, che sia per propria mano o per quella altrui.

La mano altrui è solita essere del collega di turno, del parente, o addirittura del partner – lo stesso che, promettendo amore, restituiva schiaffi, pugni, abusi. Il numero di violenze subite sulle donne dagli uomini è un chiaro segnale di come ci sia qualcosa che non va, e che spesso non riusciamo a vedere, né a sentire; le vittime, chiuse nel loro guscio, ansimanti e col fiato sospeso, raramente riescono ad esternare ciò che stanno provando, a denunciare quegli orribili crimini e liberarsi dal tormento di una situazione di violenza.

All’estero, si sviluppano forme ben differenti, ma altrettanto disumane, di violenza sulle donne, come il matrimonio forzato, la mutilazione genitale e il terrorismo psicologico maturato fra le mura domestiche: vere e proprie ferite permanenti che lasciano cicatrici profonde ed evidenti, tanto angoscianti quanto assillanti, rimbombano nella testa e, nello spingere ad accettare le proprie condizioni, inducono a pensare che sia la normalità.

Quelle stesse ferite devono essere un costante monito per tutte le donne affinché non dimentichino mai e non smettano mai di combattere.

In Italia, oltre 100 sono le donne che, nel 2018, sono state vittime di violenze. Circa 700 da cinque anni a questa parte. Più di 3000 hanno perso la vita dal 2000. Numeri che fanno paura. Numeri che fanno pensare.

Sono numeri che affermano un semplice concetto: combattere la violenza sulle donne a reato compiuto non è la soluzione. Sono necessari interventi ed operazioni di prevenzione; la società dev’essere sensibilizzata ed educata al rispetto e alla sana convivenza.

Di recente cura del Governo è stato realizzare il progetto di legge “Codice Rosso”, presentato dal Ministro della Giustizia Bonafede, insieme al Ministro per la Pubblica Amministrazione Bongiorno. Il disegno di legge punta a «debellare la piaga della violenza sulle donne, puntando non solo sulla repressione e sulla punizione ma, ancor prima, sulla prevenzione di questi delitti odiosi». Punto essenziale del progetto è, inoltre, l’inserimento delle denunce di violenza subite dalle donne in una “corsia preferenziale”, dando modo alla macchina statale di accelerare i tempi per le indagini e assicurare alla giustizia i fautori dei reati.

È stato impegno dell’Italia, poi, ratificare nel 2013 la Convenzione di Istanbul, firmata da 32 paesi e approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2011. Nel 2017, l’approvazione del “Piano nazionale strategico contro la violenza maschile sulle donne (2017-2020)” ha definito le tecniche e la strategia da adottare nell’ambito della prevenzione e della lotta alla violenza sulle donne. Tuttavia, a tal proposito, uno dei rapporti delle associazioni circa le dinamiche italiane sottolinea come l’arretratezza culturale, il pregiudizio e l’ignoranza facciano ancora da padroni su temi così delicati.

Le istituzioni scolastiche, così come il settore privato dell’informazione e della comunicazione, devono essere i protagonisti di programmi di superamento della discriminazione e della disuguaglianza fra i generi. È un obiettivo nobile e laborioso, a cui dovremmo dedicarci con costanza, affinché le condizioni di migliaia di donne progrediscano celermente e con agilità. Nel mirino avremo sempre la sottomissione, la marginalità e la violenza subite dalle donne, sia nel nostro Paese che nel resto del mondo. Il nostro lavoro e il nostro impegno saranno sempre rivolti a chi ha già sofferto troppo, e a chi non dovrà più soffrire.

Noi donne non smetteremo mai di combattere.