Elezioni di metà mandato nell’era Trump

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Domani, martedì 6 novembre, i cittadini degli Stati Uniti voteranno per rinnovare completamente la Camera dei Rappresentanti così come per rinnovare un terzo del Senato. Inoltre, si lotta per altre cariche, rilevanti a livello nazionale e locale: si parla, infatti, della scelta di trentasei governatori e dei sindaci di numerose città.

Le elezioni di metà mandato sono sempre un appuntamento estremamente significativo, caratteristico delle peculiari dinamiche dello scenario politico statunitense.

Questi ultimi mesi sono stati un susseguirsi di sondaggi, analisi, speculazioni di varia natura in relazione al significato di questo voto per la Presidenza Trump e, soprattutto, sulle sue conseguenze sia sul versante interno sia rispetto a diversi e delicati dossier internazionali.

È indubbio che per un Presidente con un profilo così marcato in termini di comunicazione mediatica queste elezioni rappresentino una vera e propria pagella politica sul suo primo biennio di presidenza “di rottura”.

Stiamo, quindi, assistendo agli ultimi colpi di una feroce battaglia tra Repubblicani e Democratici, in particolare, per prevalere nell’ambito dei nuovi equilibri che si verranno a creare in termini di potere legislativo.

La posta in gioco è oltremodo alta. Se la Camera dei Rappresentanti cambiasse davvero colore – materializzando l’ipotesi di un Congresso diviso e fortemente polarizzato – l’attuale Amministrazione si troverebbe in difficoltà su più fronti. In primis non si può far a meno di pensare al potere di inchiesta della Commissione Giustizia e al potenziale impatto di una nuova e risoluta tornata di indagini sul Presidente e sulle persone a lui più vicine.

Sembra ormai inverosimile che i Repubblicani riescano a mantenere la maggioranza in entrambi i rami del Congresso, tuttavia, anche se domani ci trovassimo di fronte a questa realtà difficilmente potremmo parlare di una piena vittoria per i Democratici.

Sembra, infatti, che i Democratici stessi abbiano rinunciato all’idea di poter strappare entrambe le camere ai Repubblicani e, in tutta sincerità, la sensazione che mi arriva è quella di una strategia ben articolata su battaglie simboliche e su singole personalità ma, in linea generale, carente di quella concretezza e genuina comunicatività che, solitamente, fa sempre da premessa alle vittorie di ampio respiro.

La mia percezione è che la visione democratica sui maggiori temi di questa campagna elettorale resti ancora distante dalle persone e dai problemi concreti della stragrande maggioranza degli elettori.

Basti pensare che, stando agli ultimi dati disponibili, il vantaggio dei Democratici non sembra più essere il “grande” vantaggio che si pensava, invece, potesse essere …

Se dovesse essere confermato uno scarto di soli 7 punti, a mio avviso, i Democratici dovrebbero aprire una stagione di seria riflessione e uscire da quella che, dall’esterno, pare una dimensione di compiaciuta autoreferenzialità che, di fatto, ha determinato una netta distanza tra sinistra e gente comune in molte regioni del mondo.

Tuttavia, una Presidenza Trump indebolita dal voto del 6 novembre, con una maggioranza democratica in costante opposizione alla Camera dei Rappresentanti, potrebbe vedersi costretta a rimodulare la sua posizione su questioni simbolo della sua campagna elettorale come, ad esempio, la costruzione del muro al confine con il Messico (non sarebbe infatti semplice ottenere l’approvazione per l’allocazione dei fondi necessari da parte del nuovo Congresso).

Come sanno tutti quelli che mi conoscono, rispetto sempre profondamente la scelta degli elettori e penso che, anche in questo caso, bisogna partire da una sincera voglia di comprendere il perché delle scelte dei cittadini statunitensi.

Il Presidente Trump è molto di più della macchietta caricaturale che, molti, riduttivamente e superficialmente, usano per descrivere lui e tutto ciò che lo riguarda. È una persona che è arrivata a ricoprire la massima carica elettiva del suo Paese anche grazie alla sua capacità di saper ascoltare e parlare ai suoi elettori.

Crescita del PIL, occupazione, aumento della percezione della sicurezza e maggiore controllo dei flussi migratori sono solo alcuni degli elementi che andrebbero valutati in maniera maggiormente imparziale per comprendere la realtà in cui avvengono certe scelte.

Domani conosceremo le esatte percentuali e tutti i possibili dettagli in relazione ai diversi profili di elettorato. Tuttavia, oggi, per me, è importante affermare semplicemente che, qualunque sia il risultato, tale scelta andrà rispettata e commentata in una prospettiva di dialogo costruttivo, scevro da ideologie di parte.

Concludo citando un passaggio del discorso del Presidente Trump all’Assemblea Generale ONU del 25 settembre:

« … America will always choose independence and cooperation over global governance, control, and domination. I honour the right of every nation in this room to pursue its own customs, beliefs, and traditions.  The United States will not tell you how to live or work or worship.  We only ask that you honour our sovereignty in return